Suicidio in Ospedale psichiatrico giudiziario e responsabilità medica
Il padre di un giovane deceduto per suicidio in un ospedale psichiatrico giudiziario ha presentato una richiesta di risarcimento per i danni non patrimoniali subiti, ritenendo che il figlio non sia stato sorvegliato adeguatamente nonostante il quadro clinico avesse evidenziato pericoli per la sua sicurezza.

La Corte d'appello ha sostenuto che il giovane, durante il suo internamento di 13 mesi, ha ricevuto un trattamento terapeutico e visite psichiatriche regolari senza segnali di peggioramento della sua condizione mentale. Tuttavia, il consulente tecnico d'ufficio ha indicato che un periodo di "silenzio clinico" di tre mesi potrebbe essere stato dovuto a negligenza da parte dei medici curanti, contribuendo all'evento tragico del suicidio.
La Corte romana ha respinto le accuse, sottolineando che il periodo di "silenzio clinico" non ha avuto un ruolo causale nel suicidio, poiché il quadro clinico del giovane era stabile e non mostrava rischio suicidario fino alla fine del periodo indicato. Inoltre, ha evidenziato che le presunte carenze organizzative non sono state determinanti per l'accadimento del suicidio durante il giorno.
In base a queste valutazioni, la Corte Suprema ha respinto il ricorso presentato dal padre del giovane deceduto.